Data: 19/12/2025 - 01/03/2026
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Nel progetto di ricostruzione di Gibellina, distrutta dal terremoto (1968) assieme ad altre città del Belìce, l’arte, come noto, ha avuto una importante centralità.
Passati gli anni del miracolo economico, con una questione meridionale perennemente irrisolta, con gli echi delle rivolte studentesche, gli artisti raggiungevano il Belìce e qui operavano, con l’idea che qui “lo stato dell’arte” potesse ridefinirsi. Dove l’urbanistica, nei piani di ricostruzione, mostrava chiari segni di un anacronistico neo-razionalismo, i processi creativi di tanti artisti indicavano direzioni nuove, attraverso la pratica degli atelier, della sperimentazione, dell’azzardo, del fare, delle botteghe aperte con gli artigiani del luogo e con il coinvolgimento della gente. Negli stessi anni, in cui Argan (1980) scriveva di …una globalizzante accelerazione del consumo, che spinge l’opera verso quella linea di confine di una ipotetica morte dell’arte e naturale negazione della sua funzione progettuale… Pietro Consagra, a Gibellina, sperimenta la sua “città frontale”, contribuendo alla definizione del tessuto urbano con gli edifici del “Meeting”, del teatro e l’ingresso alla città “La Porta del Belìce”. Ma è il concetto di “arte totale” che lo porta a progettare: il “Carro di San Rocco”, le luminarie, i modelli per i ricami, le ceramiche, gli elementi di seduta per arrivare al disegno delle maniglie del Meeting e dei gioielli.
Nella stessa direzione operano Arnaldo Pomodoro, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, con le loro scene spettacolari per le Orestiadi, Alighiero Boetti che realizza il suo “prisente” con la cooperativa di ricamatrici di Gibellina, Carla Accardi con i pannelli in ceramica per la piazza del Municipio, Nanda Vigo con le sue architetture di “riporto”.
L’arte – scriveva Consagra – afferma a Gibellina il diritto di fantasticare. Io che sono di quelle parti dovevo accorrere prima di ogni altro artista e così ho fatto.
Schifano, Angeli, Scialoja, Turcato, colgono il senso del luogo, durante la loro permanenza a Gibellina, realizzando le loro opere con i bambini e la gente della città, tenendo i loro atelier negli spazi delle scuole, tra il 1984 e il 1986.
Altri arrivano per cogliere il senso di un progetto, unico e irripetibile nella storia dell’arte contemporanea per tutti, Joseph Beyus, che visita la città in fase di ricostruzione quasi per ritrovare le matrici della sua arte, che riconduce l’uomo in un rapporto primordiale con la natura e le espressioni della sua cultura materiale.
L’arte viene chiamata a dare forma alla nuova città. Gli artisti ad attraversare i “labirinti del tempo e dello spazio“, di cui spesso conoscono gli anfratti, per indicare nuovi terreni da percorrere.
L’opera paradigmatica di questo è il grande “Cretto” di Alberto Burri. Labirinto di vicoli che ricalcano quelli della città distrutta. Struggente sudario sulle rovine.
“La luce al tramonto tagliava ombre dure sui gradini della cavea del teatro greco di Segesta” questo confidava il grande maestro a Ludovico Corrao. Era da lì che nasceva il suo Cretto.
Oggi il Museo delle Trame mediterranee, da cui provengono le opere in mostra, è testimonianza del lungo percorso che ha portato la città ad essere la prima capitale dell’arte contemporanea in Italia per il 2026.
Enzo Fiammetta
Direttore del Museo delle Trame mediterranee
Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea 2026
Conferenza stampa di presentazione di “Gibellina – Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026”


